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Mezzogiorno
Dove è finita la campagna elettorale?
Le prossime elezioni regionali in Campania, tra continuità e discontinuità
di Armando Vittoria - 23/02/2010 15:33:48
Ho sempre pensato che, nella logica della politica e delle istituzioni, “sistema di potere” e “metodi di gestione del potere” siano cose molto diverse. Ciò che talvolta mi inquieta è come proprio questi ultimi, i metodi, 'mutatis mutandis' e spesso indipendentemente dal partito al governo si dimostrino indifferenti al trascorrere dei decenni e forse dei secoli, soprattutto nel Mezzogiorno.
Non parlo della parsimonia nelle idee e nei progetti proposti ai cittadini, cui sia la politica nazionale che quella locale ci hanno ormai abituato da più di un quindicennio, nel Centrodestra e – ahimé – spesso anche nel fronte progressista. Intendo piuttosto dire che a parte le solite polemiche quotidiane dentro i due schieramenti fatte pour épater le bourgeois, o le fisiologiche riunioni notturne delle direzioni di partito per stabilire quote correntizie e posti in lista, sta emergendo una campagna elettorale dagli estremi polemici e programmatici piuttosto piatti, disinteressante per gli elettori e forse disinteressata al vero confronto sui contenuti.
In un paese che cerca spasmodicamente la “normalità” da oltre un decennio, attraverso missioni bipartisan e “sante alleanze” dei volenterosi, forse tutto questo, mi si dirà, potrebbe avere anche un senso, costituire un piccolo segnale di uscita da quella frontalizzazione amico/nemico tante volte accusata di alterare la sana competizione democratica. E tuttavia credo che, ad una più attenta lettura, i toni bassi di questa campagna elettorale assumano un significato diverso, visto anche il recente passato politico e amministrativo della nostra regione e considerate le inevitabili ricadute nazionali che questa tornata elettorale avrà.
Devo quindi confessare le mie perplessità sul clima generale di questa campagna elettorale. Da un contesto politico come quello che i due schieramenti ereditano mi sarei atteso una partenza bruciante, infuocata come le polemiche che hanno caratterizzato la politica campana nell’ultimo biennio. Un biennio in cui i mezzi di informazione ed una flotta di esponenti politici di opposizione – e talvolta anche di maggioranza - ci hanno ripetuto come un mantra, ciascuno con i propri toni e ragioni, quanto
Non so dire pienamente, e non mi interessa farlo in questa sede, quanto tutto ciò sia vero, pur avendo io - come molti credo – maturato un personale giudizio su questo decennio di governo regionale. Devo però registrare che dalla campagna elettorale che dovrebbe sancire il tramonto di questa “era” il tema è stranamente assente, se si eccettua qualche polemica già sentita sulla “discontinuità” interpretata da personaggi tutto sommato secondari del Centrosinistra locale.
Nelle cosiddette democrazie “normali” buona parte di una campagna elettorale si dispiega quasi sempre sulla critica e sul giudizio politico all’operato del governo uscente, quantomeno da parte del partito di opposizione che aspira così a concretizzare la sua “ragionevole aspettativa” di governo. Qui ci troviamo di fronte più che ad un governo ad un’età di governo, ad una lunga e significativa esperienza di amministrazione della spesa pubblica e del territorio, e quindi mi incuriosisce questa strana sparizione del “bassolinismo” dai principali argomenti polemici e dalle spinte programmatiche di questo inizio di campagna elettorale, soprattutto nel fronte del Centrodestra.
Forse, ma abbozzo un ragionamento, essa si può spiegare proprio in relazione al peso che questo elemento assume: è un fattore tanto delicato ed importante, tanto ingombrante politicamente ed elettoralmente da spingere un po’ tutti, maggioranza e opposizioni, ad un atteggiamento molto prudente. In fondo se di passato scomodo si tratta – ed ognuno di noi è libero di formarsi il proprio giudizio – dovrebbe forse esserlo più per il Centrosinistra, che non a caso sembra viverlo, almeno in alcune sue componenti, come una difficile eredità politica se non addirittura come una esperienza da cui prendere fortemente le distanze (in senso tattico per accreditare ulteriormente un candidato, De Luca, di certo non strettamente appartenente all’establishment uscente).
Tuttavia, ciò che mi incuriosisce di più è l’atteggiamento del Centrodestra, forse troppo impegnato in questa fase –va detto –a risolvere delicate questioni di corrente ed alleanza interne. Perché non costruire la propria campagna elettorale, come fatto peraltro nella fase interelettorale e di opposizione consiliare, sulla critica feroce – politicamente, s’intende - all’amministrazione uscente? Non sarebbe la linea di campagna elettorale più naturale e proficua? Non si rischia, diversamente, di disorientare l’elettore d’opinione?
In una regione che è stata, mesi or sono, “umiliata” dalla questione dei rifiuti, così solertemente e pragmaticamente arginata – ma per nulla risolta, aggiungerei - dal governo nazionale, e su cui molto opportunamente, dal proprio punto di vista, la stessa maggioranza di Centrodestra ha saputo costruire una forte critica politica all’operato del governo regionale con conseguenti vittorie elettorali locali (non ultime le conquiste della provincia a Napoli, Avellino e Salerno) e nazionali, fa specie una campagna elettorale che pronuncia solo sotto voce il nome del governatore uscente, che ne denuncia solo per metafore quel “sistema di potere” che il Centrodestra ha sempre – e spesso demagogicamente – denunciato su manifesti, giornali, networks locali e nazionali.
Se di “sistema” si tratta e si è trattato, esso costituirebbe paradossalmente un valido strumento di critica politica per l’opposizione uscente. Perché allora non spendere chiaramente e alla luce del sole le proprie ragioni politiche, il proprio programma alternativo a quel sistema, la legittima aspirazione ad un governo che cancelli quelle storture? Perché il Cavaliere, il “capitano” non mostra i suoi muscoli – il “corpo del Capo”, come ha scritto qualcuno - assicurando così al Centrodestra una vittoria tranquilla ed alla Campania quella tanto proclamata – e forse anche fisiologica – alternanza di governo? Perché insomma non capitalizzare sul piano elettorale quello che per anni è stato dipinto come un diffuso dissenso a quel “sistema di potere”?
Forse non c’è ne bisogno, perché la vittoria è ritenuta dal Centrodestra certa. Perché accanirsi: le campagne elettorali troppo infuocate sono sempre un po’ pericolose. O forse probabilmente quel “diffuso dissenso” cela un dato più complesso, più enigmatico, e si presta a diverse letture politiche dell’esperienza di governo uscente, non così granitiche e consolidate. Questo spiegherebbe, almeno in parte, la sostanziale assenza di effettivo confronto politico sull’operato dell’amministrazione regionale uscente.
Io credo che per trovare una risposta dobbiamo forse porci la domanda in maniera differente. Quanto pesa e peserà elettoralmente, quanta influenza avranno come quota elettorale positiva e negativa gli anni di governo regionale che ci lasciamo alle spalle?
Alla fine ritengo che peseranno molto in valore assoluto, ma non sul voto d’opinione. Credo che i toni bassi, il relativo silenzio su questo tema sia stato fin qui motivato dal timore di confrontarsi con un fattore, un grande argomento di polemica e confronto elettorale che avrà un impatto sulle prossime regionali in Campania. E questo è tanto più vero nella misura in cui nel Mezzogiorno e in Campania tra le componenti di voto tradizionalmente determinanti vi è sempre stato il voto negoziale più che il voto d’opinione - dominante più nelle società postfordiste e di mercato – o di appartenenza - ormai strutturalmente in calo dopo la “rivoluzione dell’89” in molti paesi OCSE. Una componente, quella del voto negoziale, che di massima si esprime principalmente attraverso dinamiche collegate alla gestione della spesa pubblica ed alla penetrazione territoriale dell’amministrazione e della politica.
Per contro è anche vero che sottrarre in misura consistente il tema del “bassolinismo” alla campagna elettorale potrebbe assopirla eccessivamente, facendo prendere qualche rischio di troppo al Centrodestra ed al suo candidato che partono indubbiamente con un consistente vantaggio nel voto atteso. Deve avere subodorato la cosa anche il Cavaliere, se ha ritenuto opportuno esternare, con i toni e l’efficacia solita da piazzista della comunicazione consumato, che “ci mancherebbe che non vinciamo in Campania” (magari direi, ma qui non parla lo studioso quanto piuttosto il tifoso). Il Presidente del Consiglio è uomo di mondo e sa benissimo che in politica, più che in ogni ramo dell’attività umana e sociale, per vincere devi vincere. E le dinamiche elettorali, soprattutto nei sistemi socio-politici molto stratificati e politicamente infrastrutturati, non sono mai del tutto prevedibili: cambiano velocemente nelle dimensioni e talvolta negli esiti.
Una campagna elettorale sotto tono e a bassa partecipazione potrebbe paradossalmente favorire, per certi versi, più il Centrosinistra che il Centrodestra (a meno dell’esistenza di logiche più sottili e faustiane a noi sconosciute). Soprattutto alla luce della nuova legge elettorale, in caso di una forte personalizzazione della campagna politica l’onesto e misurato (quanto incolore e sconosciuto) candidato del Centrodestra correrebbe qualche rischio; visto anche l’approccio che De Luca sta avendo alla corsa elettorale, con quel suo piglio da “uomo del fare” e al di sopra dei partiti, un po’ decisionista e un po’ populista, incline a proiettare una sua immagine di forte discontinuità rispetto all’esperienza dell’amministrazione uscente. Quasi per eterogenesi dei fini la “non scelta” del candidato da parte del Centrosinistra si sta infatti rivelando in questo senso felice e potenzialmente influente almeno sul voto d’opinione (candidatura che, personalmente, ritengo in fondo efficace ed non così poco attraente elettoralmente come si dice, dunque meritevole di tutto il sostegno possibile da parte dei cittadini, militanti, elettori e simpatizzanti progressisti).
In ogni modo la campagna elettorale sarà tale solo se e quando quel il confronto politico sugli ultimi dieci anni di governo regionale vi rientrerà al cuore delle discussioni, dei dibattiti e dello scontro programmatico tra le parti.
Ciò consentirebbe ai cittadini campani di godere democraticamente, come direbbe Žižek, del confronto tra i candidati e tra gli schieramenti soprattutto sui temi che investono l’azione dell’amministrazione uscente. Un confronto che sia effettivo e senza remore, che faccia un bilancio delle politiche pubbliche effettivamente realizzate (o non realizzate) durante questa lunga esperienza di governo regionale, e non costruito su rappresentazioni mediatiche, vaghe ed populistiche del governo uscente.
Ne uscirebbero senza dubbio giudizi differenziati o forse contrapposti da parte dei due schieramenti e dei diversi partiti, ma certo indirizzerebbe la campagna elettorale verso una dimensione da democrazia “normale”; ne nascerebbero inevitabilmente precisi impegni programmatici dei due candidati ed un conseguente impegno di responsabilità verso gli elettori e l’opinione pubblica campana, posta così in condizione di formulare le sue scelte. Insomma un po’ di sana competizione politica, più che la solita “retorica democratica”.
Negli anni novanta dell’Ottocento, nel tentativo di scalzare Crispi e la sua maggioranza dal potere locale e nazionale, un allora emergente Giolitti denunciò le logiche politiche, amministrative e di controllo sociale del territorio che a suo dire, soprattutto nel Mezzogiorno, avevano permesso al partito “crispino” di consolidare un sistema di potere clientelare ed una vera e propria macchina per il controllo elettorale. Qualche anno dopo, all’inizio del nuovo secolo che segnò l’apice del potere giolittiano, Gaetano Salvemini avrebbe dimostrato che quelle reti clientelari, quel “sistema di potere” non erano affatto scomparsi: il tutto era semplicemente transitato dalle mani di Crispi a quelle non meno disincantate di colui che egli chiamava il “ministro della malavita”, ovvero Giolitti.
Non ho mai creduto nell’attualizzazione come metodo storiografico, e credo sinceramente che da allora molte cose siano chiaramente mutate nel Mezzogiorno e in Campania, anche nelle logiche e dinamiche che ispirano i rapporti tra potere e società. Ho tuttavia sempre pensato che, nella logica della politica e delle istituzioni, “sistema di potere” e “metodi di gestione del potere” siano cose molto diverse. Ciò che talvolta mi inquieta è come proprio questi ultimi, i metodi, mutatis mutandis e spesso indipendentemente dal partito al governo si dimostrino indifferenti al trascorrere dei decenni e forse dei secoli, soprattutto nel Mezzogiorno.





