Il (micro)credito: capitale e lavoro per i meritevoli. Presentazione della ricerca di Vincenzo De Bernardo
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Capitale e lavoro sono le basi dello sviluppo di unimpresa, di un settore produttivo, di un paese. Pertanto, la loro distribuzione/diffusione, nonch la propriet ed il diritto/dovere di utilizzo li caratterizzano nel bene o nel male.
Certo, esistono anche altri aspetti che sono determinanti.
Ma, come sintetizza uno dei pi noti economisti dello sviluppo (Albert Hir-schman), il capitale un pavimento.
Su di esso si muovono le intelligenze, le risorse, le capacit.
Dunque, cos come si deve intervenire sulle risorse disperse, nascoste e mal utilizzate dei paesi poveri (e di quelli ricchi), allo stesso modo si deve concedere che quelle risorse possano pienamente reggersi e crescere su basi di libert finanziaria.
Cos non stato in Bangladesh, almeno fino allavvento del microcredito.
In quel paese, uno dei due fattori (il capitale) rimasto enormemente concentrato nelle mani di una piccola elite e laltro (il lavoro), pur se molto diffuso, non si potuto esprimere al massimo
delle sue potenzialit, perch dipendente e schiacciato dai possessori del primo.
In Bangladesh, come Yunus ha mostrato, la povert stata generata dalle modalit con le quali le strutture finanziare tradizionali (non) prestano denaro.
In mancanza di garanzie reali e propriet da ipotecare, e dipendendo da prestiti dei committenti per lacquisto delle materie prime, le microproduzioni locali non hanno potuto far altro che trasformare i prodotti e venderli a prezzi stracciati a quegli stessi prestatori di denaro.
I poveri sono, quindi, tali perch non hanno accesso al credito ufficiale; e non per assenza di capacit, cultura produttiva, disponibilit al sacrificio. Da questa osservazione nasce la possibilit di ribaltare la logica per liberare effettivamente le energie presenti.
II microcredito della Grameen Bank mostra che si pu fare sviluppo in un altro modo, ovvero facendo s che ognuno abbia un po di denaro ed un po di lavoro.
Ha inoltre mostrato che una cultura locale pu generarsi e rigenerarsi con la forza dellesempio. Come spiegare altrimenti il ruolo esercitato dalle donne imprenditrici, la restituzione, in pi del 90% dei casi, dei prestiti sulla parola data, la trasformazione di alcune zone agricole in realt produttive, il monitoraggio collettivo sui destinatari?
Yunus ha mostrato che le reti relazionali possono essere utilizzate per produrre capitale sociale positivo ovvero: fiducia e sviluppo.
Ha, infine, dimostrato che si pu prestare denaro anche in modo inverso, ovvero pi che pararsi con le garanzie si pu scommettere  sulle persone.
Pi che aspettare una pratica in ufficio si pu andare sul territorio.
Pi che decidere nel buio di una stanza sulla concessione o meno di un prestito, si pu  democratizzare il processo decisionale, rendendolo visibile a tutti. Pi che produrre meccanismi automatici di selezione, si pu operare attraverso la discrezionalit responsabilizzata e responsabilizzante.
Infine, mostra che tutto ci, da sperimentale, pu trasformarsi in struttura e sistema. Insomma, la Grameen Bank non insensibile al fallimento di un progetto di finanziamento.
Non ha garanzie che la rendono indifferente al suo buono o cattivo esito. Fa il
suo lavoro, che quello di prestare soldi, ma lo fa a partire dalla considerazione che, se il lavoro un diritto, lo anche laltro fattore, cio il credito.
E che si pu fare business sociale.
Questo rapporto di ricerca, essendo il primo, non poteva che partire dallesperienza Grameen, dalle sue fondamenta, dal metodo di lavoro.
I paragrafi che lo compongono, ad esempio il primo, hanno titoli a volte forti perch forte linversione culturale operata in quegli anni.
Ora il microcredito stato proposto al mondo, sono fiorite esperienze in altri contesti come il Brasile, i paesi dellEst fino ad arrivare alle inner city americane.
Il secondo capitolo segnala alcune di queste esperienze e le critiche mosse; e prova a confutarle nella parte finale.
Una di esse la transitoriet del microcredito, che poggia su una strisciante idea di futilit: poich le produzioni non sono effettivamente cresciute e non hanno fatto ancora il salto tecnologico, visto che la riduzione del numero dei poveri dipende dallo spostamento della curva di offerta e non dalla domanda (rimasta invariata), si sottintende che il credito di fatto unelargizione, terminata la quale i territori ripiomberanno nella fame.
Al contrario, molti esaltano questo strumento come fosse sic et simpliciter la panacea per risolvere la povert nel mondo (il ch possibile solo se accompagnato da un metodo di lavoro specifico).
Pi equilibrata potrebbe rivelarsi in futuro lidea che si sta costruendo in Europa (descritta nel capitolo terzo) che vede nei piccoli prestiti lo strumento per il rilancio delle produzioni, soprattutto quelle micro.
Sempre nel terzo capitolo sono stati inseriti due paragrafi (uno sul prestito donore ed un altro sulla fondazione Field Calabria) che mostrano come sia possibile utilizzare il credito per lo start up imprenditoriale nel primo caso, e, nel secondo, per lemersione, la nuova occupazione
ed il consolidamento delle esperienze imprenditoriali.
Esistono sicuramente anche altri esperimenti in Italia (sullinclusione sociale degli immigrati, a sostegno dello studio universitario etc.) di diversi proponenti ed attuatori. Entrare nel merito avrebbe per prodotto uneccessiva dispersione.
Abbiamo invece ritenuto necessario capire come vissuto il tema in Campania.
Il (micro) credito, nella nostra regione, uno strumento destinabile ai soli poveri? Serve allo sviluppo o anche destinato a compensare le disfunzioni di contesto, le cosiddette diseconomie che tanto ci caratterizzano? E poi, chi sono i meritevoli e chi li seleziona?
Non semplice fornire risposte.
Pertanto, ci sembrato utile rappresentare la domanda di (micro)credito, attraverso lesperienza di coloro che hanno partecipato ai nostri focus per condividere le loro conoscenze,
idee, interpretazioni delle realt produttive che conoscono.
Ai focus, per scelta, abbiamo preferito invitare solo rappresentanti ed interpreti della domanda, poich riteniamo, anche seguendo lo spirito che ha generato il microcredito, che questo strumento funziona solo se comprende a fondo le esigenze, ripartite per settori e territori, dei
destinatari.
Il quarto capitolo tutto focalizzato su questi 13 intervenuti (circa la met degli invitati) che hanno caratterizzato il rapporto con aspetti qualitativi pi che quantitativi.
Questultima stata una scelta convinta del gruppo di lavoro: comprendere i fenomeni piuttosto che scattare una fotografa statica dei potenziali destinatari che magari sfuggono alle statistiche ufficiali.
Ad alimentare le nostre convinzioni la dispersione delle fonti: sul microcredito in Italia, e tanto pi in Campania, siamo ancora al livello sperimentale.
Le stesse banche gestiscono questo strumento insieme a tanti altri, ripartendo le mansioni tra i dipendenti che si occupano anche di altro.
Che quadro campano vien fuori dagli interventi registrati?
Che esiste un forte disagio sia delle imprese pi forti che di quelle micro.
Che il territorio, quindi anche il credito, ha una premialit rovesciata: se importi prodotti concorrenti, guadagni e ti sostengo, se produci beni di tradizione locale, guadagni meno e ti sostengo meno.
Che il credito talvolta utilizzato ai fini dello sviluppo, ma quasi sempre serve a ripararsi dalle difficolt di liquidit derivanti dalla stagnazione delle vendite e da quelle gestionali.
Che copre alcune diseconomiche di contesto come la lentezza nellottenimento dei crediti provenienti dalla pubblica amministrazione.
Il (micro) credito non , quindi, lo strumento per i (paesi) poveri.
un elemento necessario anche per limprenditorialit campana e per le nostre sacche di disagio.
E, in un mercato globalizzato per soluzioni e problematiche, la Campania mostra segni riconducibili, con le dovute e diverse proporzioni, alle difficolt del Bangladesh ante Yunus: le
garanzie contano molto, anzi troppo, le imprese sono in difficolt, lusura presente, il credito informale cresce, i giovani non trovano lavoro, molte imprese di tradizione muoiono.
Eppure resistono ancora competenze e propensione allimprenditorialit che necessitano di
credito efficace ed efficiente.
Strutture come i consorzi fidi potrebbero fare di pi ma dovrebbero investire anche sul personale, sul metodo, sulla proiezione territoriale.
Dovrebbero essere in grado di associarsi tutte, per rafforzare la propria rappresentativit e spuntare convenzioni pi appetibili.
Dobbiamo precisare che il rapporto non punta lindice contro le banche (che fanno il loro mestiere) n contro soggetti specifici.
Quello campano un sistema dove, se il credito funziona a singhiozzo, ciascuno ha le sue colpe, compresi gli imprenditori, e dove le relazioni, il cosiddetto capitale sociale, non sempre sono positive.
necessario agire, sperimentare, assumersi sempre pi la responsabilit di far uscire dalla povert giovani, donne, persone aiutandoli ad entrare nel mondo del lavoro.
Lesperienza della
fondazione Moscati mostra che possibile combattere lusura ed  operare con prestiti di salvataggio, ma anche che molto pi difficile dare lavoro regolare e motivare i giovani a lavorare.
Chi sono dunque i meritevoli del (microcredito) ? Tutti coloro che propongono progetti
di sviluppo, i quali devono essere sostenuti, con un occhio pi attento ai risultati futuri che alle
garanzie patrimoniali.
Il credito non solo micro3 potrebbe contenere elementi premianti innanzitutto per la produzione che ci caratterizza rispetto agli altri e poi per chi ci crede e vuole crescere.
Bisogna saper selezionare e saper rischiare, dare pi fiducia e meglio recuperare  quanto prestato.
Ci rendiamo conto che ci richiede un cambiamento, proprio a partire dai confidi, unorganizzazione pi territorializzata, con servizi a sostegno delle imprese e garantiti da attenti monitoraggi.
Ma non vediamo investimento migliore ed altra via per dare lavoro e capitale agli attuali e futuri (speriamo tanti) operatori campani, se non quella di evitare la distinzione tra poveri e meno poveri, per selezionare e sostenere le iniziative meritevoli.

Vincenzo De Bernardo