Intervento di Umberto Ranieri in omaggio a Biagio de Giovanni
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Grazie presidente Napolitano per il suo intervento, grazie per la sua presenza qui in questa fredda serata di dicembre e grazie al presidente Barracco per aver ospitato questo incontro promosso da Mezzogiorno Europa.

In Biagio de Giovanni ritrovo le virtù, ne parlò Norberto Bobbio, di chi svolge un lavoro intellettuale: l'inquietudine per la ricerca, il pungolo del dubbio, il senso della complessità delle cose. Secondo una antica tradizione italiana Biagio ha intrecciato nella sua attività filosofia, storiografia e politica.  Tra cultura e politica per Biagio va stabilito un rapporto che non sia di sudditanza della prima alla seconda, ma neppure di distacco reciproco. In un'epoca di cambiamenti profondi Biagio ha rivendicato l'autonomia ma non l'indifferenza della cultura rispetto alla politica. Sono due i luoghi che hanno visto maturare e consolidarsi l'impegno intellettuale e politico di de Giovanni. A Bari, negli anni settanta, un gruppo di giovani intellettuali animati da un Beppe Vacca poco più che ventenne, da Franco De Felice a Franco Cassano a Mario Santostasi, formatisi tra l'università e Casa Laterza, scelse di impegnarsi in un'impresa politico-culturale temeraria: ripensare l' identità del partito comunista in termini integralmente storico-politici. Interpretarono, quei giovani intellettuali, il marxismo come erede, proseguimento, sviluppo dello storicismo italiano da Vico a Croce attraverso Spaventa e Labriola. Gli scritti di Gramsci, emblema della specificità del marxismo italiano, consentivano di presentare il marxismo come il compimento della tradizione dell'idealismo hegeliano italiano in particolare di quello di Croce. Il marxismo di Gramsci non si chiudeva in formule semplificatrici ma, scriverà Norberto Bobbio “si misurava con problemi reali del nostro tempo”. Soprattutto si presentava come una forma di “storicismo radicale” teso ad affermare contro l’illusione che le idee nascano semplicemente da altre idee l’intervento attivo dell’uomo nel processo storico. Erano autori cari a de Giovanni che su di essi aveva pensato e lavorato. Biagio parteciperà da par suo a quella vicenda.

A Napoli, de Giovanni vivrà un'altra esperienza politico-intellettuale aperta culturalmente quanto quella vissuta a Bari.  Nel dopoguerra Napoli era stata il laboratorio di una ricerca sui contenuti dello sviluppo della città che aveva impegnato uomini della sinistra, studiosi, imprenditori. Un'esperienza emblematica della originalità della sinistra napoletana. Una originalità che si arricchì, negli anni cinquanta e sessanta, del confronto duro ma di alto livello tra “Cronache meridionali” diretta da Giorgio Amendola con il giovane Gerardo Chiaromonte, Rosario Villari, Mariano  D’Antonio, Vittorio De Cesare e “Nord e sud”, la rivista guidata da intellettuali napoletani di orientamento liberaldemocratico di grande qualità  come De Caprariis, Giordano, Compagna. Questo era il Partito comunista cui de Giovanni si iscriverà.  Prenderà la tessera quando quel partito, dopo l' invasione di Praga dell’agosto del 1968, varcherà per la prima volta nella sua storia la soglia di un pubblico dissenso verso l’Unione Sovietica. Iscriversi al PCI era una decisione impegnativa Essere stati nel Partito comunista - come tanti di noi sanno - è qualcosa che non si dimentica, che ci si porta dietro per tutta la vita. Direbbe il grande storico inglese Eric Hobsbawm: “non si può comprendere appieno il ventesimo secolo se non se ne sono condivise le illusioni in particolare quella comunista”.

Il decennio successivo alla sua iscrizione al partito vedrà l'impetuosa crescita politico/elettorale del PCI, ma già nella seconda parte degli anni settanta si manifesteranno evidenti i segni di una crisi della cultura politica di quel partito. Si erano ormai logorate, scriverà Massimo Ferrari, (autore di “Mezzo secolo di filosofia italiana, dal dopoguerra al nuovo millennio”), alcune delle tematiche lungamente presenti nel marxismo italiano tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, in particolare la versione storicistica del marxismo che, come ammettevano gli stessi difensori più ortodossi, doveva essere rivista pur senza abdicare al principio fondamentale della natura storica del reale. A metà degli anni settanta, a breve distanza uno dall’altro, uscivano due testi destinati a incidere sulla successiva evoluzione e poi sulla crisi del marxismo italiano. Il primo è la lunga intervista a Perry Anderson di Lucio Colletti che “da figura di punta del marxismo più critico e sofisticato, approdava a Popper in nome di uno scetticismo moderato e di un uso fallibilistico della ragione”. Il secondo testo è un saggio di Norberto Bobbio pubblicato su “Mondoperaio” in cui si sosteneva che “la teoria marxista dello stato è un frammento incompiuto e che, in sostanza, come tale essa non esiste”. Da entrambi i testi emergeva la difficoltà a riferirsi a quel pensiero per la strategia di una sinistra alle soglie del terzo millennio. Si era aperta una fase di messa in discussione di vecchie certezze in cui “il mutamento sociale e la transizione da un sistema all’altro” si liberava di ogni teleologia necessaria…”. De  Giovanni avverte che un ripensamento teorico e politico si impone. Sono tempi di dure repliche della storia: “per me, confesserà de Giovanni, le repliche sono state dure”. Parole ispirate dal vecchio Hegel, maestro di realismo e riferimento costante negli studi di Biagio, che avrebbe detto: “…. le chiacchiere ammutoliscono dinanzi alle serie repliche della storia”.

Biagio rifletterà sull’intensa esperienza politico/intellettuale vissuta a Bari. Lo farà criticamente come può accadere a chi abbia provato a “rivedere molte vecchie convinzioni… e lo fa con il desiderio di liberarsi da vecchi vincoli che gli appaiono dei pesi”. Trovo le sue parole di una straordinaria forza politica e morale e forse anche la mia generazione può ritrovarsi in esse: “fu un decennio legato ad una visione illusoria delle tendenze della storia,una forzatura che immaginava i tempi prossimi di non so quale destino collettivo, che scambiava un grandioso processo di modernizzazione per  l'anticamera della rivoluzione”. Vi tornerà de Giovanni alcuni anni dopo. Lo farà prendendo spunto dal lacerante duello a sinistra tra comunisti e socialisti. “Mondoperaio” la rivista del Psi  era divenuta nelle seconda metà degli anni settanta, con la direzione di Federico Coen, un centro notevole di attrazione di energie intellettuali, da Massimo Salvadori a Giuliano Amato, da Lucio Colletti a Gino Giugni, da Luciano Cafagna a Galli della Loggia e aveva ingaggiato una battaglia ideale sui capisaldi della politica del Pci. L’intellettualità comunista aveva risposto alla sfida arroccandosi  nella difesa di un antiriformismo scolastico. Biagio ricorda quel momento con parole drammatiche: “l’offensiva culturale di Mondoperaio fu per me uno spartiacque. Avvertii che il PC subiva una sconfitta culturale e teorica… avevamo poche armi tra le mani per rispondere”. In verità, eravamo tutti, chi più chi meno, nel Partito comunista di quegli anni, dentro un orizzonte teorico di cui non avvertivamo la fragilità, la forza di erosione che lo stava minando, l'urgenza di un nuovo pensiero.

In questa temperie prenderà corpo una esperienza che de Giovanni considererà cruciale negli sviluppi dei suoi studi e del suo pensiero: nascerà la rivista il “Centauro”, un tentativo dirà Biagio “di uscire da una situazione che incominciava a pesare”. Gino è persuaso che una intera tradizione, quella cui, in modo costante, si è identificato si stia esaurendo a meno di non ripensarla dalle fondamenta. Uno degli obiettivi del “Centauro” scriverà Michele Ciliberto nella introduzione alla raccolta degli scritti di Biagio apparsi sulla rivista è “ritrovare la connessione nella cultura filosofica tra Italia ed Europa”. Connessione intuita da Bertrando Spaventa nella prolusione letta a Napoli nel novembre del 1861, incentrata sulla circolazione europea della filosofia italiana. Una impresa che comportava “indispensabile tornare su letture dai tempi lunghi, da Bruno a Vico, a Cartesio a Spinoza”.

Poi, alla fine del 1989, giungerà l' evento inaudito del crollo del Muro. Con il “socialismo reale” fallisce il tentativo con cui l' uomo ha provato a programmare la propria storia, controllare la sua sorte e il proprio destino.

In quel cruciale passaggio de Giovanni guardò con interesse alla battaglia politica e culturale condotta intorno alle posizioni di Giorgio Napolitano. La sua riflessione in quei mesi ruotava intorno a un punto politico: perché, si chiedeva, in più di quarant' anni la sinistra italiana non è riuscita a diventare una forza di governo? Ricordarlo -concludeva -non è una esercitazione accademico-storiografica ma è un atto di responsabilità verso la storia nazionale.

Fummo felici quando Gino affermò  di riconoscersi, in vista del congresso che avrebbe deciso la trasformazione del Pci in Pds, nel documento proposto da Giorgio Napolitano in cui si sostenevano le ragioni di una svolta in direzione del socialismo europeo e si dava vita alla componente riformista del Partito comunista. Lo sostengo - scrisse Gino - perché in esso viene esplicitato una parola che nel partito comunista non poteva essere pronunciata se non con un senso di imbarazzo: riformismo!

Che il pensiero di Biagio evolvesse in questa direzione era evidente da tempo. Lo avevo colto nei colloqui in Basilicata alla fine degli anni settanta quando invitavo Gino a Potenza o a Matera per incontrare giovani intellettuali lucani alla ricerca di novità politiche e teoriche. Poi, negli anni ottanta, la necessità di accelerare i tempi della revisione della cultura del PCI divenne incalzante. Ricordo de Giovanni al congresso del partito a Napoli, nell'inverno dell'ottantasei, prendere la parola e difendere contro ostilità diffuse, la formula del Partito comunista parte integrante della sinistra europea. Dell'agosto dell'ottantanove è l'articolo su l’Unità in cui si prendevano le distanze da Togliatti e si rigettava “tutto ciò che è coinvolto con l' eredità di Stalin”. Non mancarono disappunto e i silenzi intorno a Gino allora membro della direzione nazionale del PCI. Biagio sostiene che quell' articolo sia l' unica cosa che rimarrà della sua attività di scrittore. Non è così, ma certo quello scritto fu una specie di grido di liberazione da un mondo che gli appariva ormai estraneo. Gli fummo grati, io e Umberto Minopoli, della impegnata introduzione che fece al nostro Eduard Bernstein, il socialista più denigrato della storia. Un libro, lo abbiamo scoperto  recentemente dalla pubblicazione dei suoi diari, letto, apprezzato e lungamente chiosato da Bruno Trentin.

Ho concluso: un fatto deve essere chiaro. Il tramonto delle grandi attese collettive, la rinuncia dell' intellettuale alla funzione di lettore della storia e del suo destino, in Biagio non si muta in disincanto né c’è indulgenza verso gli annunci postmoderni della fine della filosofia….”quel sapere che mette al centro di tutto la fiducia nella ragione e nella razionalità e aiuta gli uomini a pensare ai problemi del proprio tempo…”. Gino è un appassionato combattente contro il rischio di un populismo che invoca un’altra democrazia, opposta a quella originata dal costituzionalismo liberale. Biagio ama Napoli e lo pervade un sentimento di angoscia per lo stato in cui versa la città. Pochi si interrogano su cosa stia diventando Napoli: una plebeizzazione non più strisciante, una disordinata attitudine a un vociare ribellistico. Il timore è  che il sottofondo plebeo si stia impadronendo dei luoghi pubblici e che sulla città non vi sia più un pensiero politicamente civile capace di mettere insieme energie, intelligenze affinché non tutto precipiti verso punti ciechi senza prospettive. Torna qui il nodo della sinistra  a Napoli e del declino delle sue ambizioni politiche e culturali. Questione su cui de Giovanni è intervenuto a più riprese, ma forse non è il caso di discuterne questa sera.

Il rovello di Gino resta l' Europa del cui Parlamento per dieci anni, con estesi riconoscimenti per lo scrupoloso lavoro di Presidente della Commissione istituzionale, fu autorevole componente. Quale sarà il destino dell'Unione Europea in un mondo sempre più difficile e incerto, quando alle soglie dell' Europa tutto ormai è in drammatico movimento? Masse sterminate fuggono da eccidi, fame, guerre e la Russia di Putin tende ad approfittare del declino del ruolo degli Stati Uniti come potere regolatore dell'ordine globale. C'è consapevolezza di ciò nella classe dirigente europea? C'è volontà politica? Ci sono idee per operare, muoversi oltre uno statu quo paralizzante? E l’Italia: chi governerà questo Paese? E la sinistra? Che ne sarà di una sinistra che non è riuscita a ritrovare un' identità dopo l' ottantanove e che rischia di tornare a rinchiudersi in confini sempre più asfittici? E che cosa è questo spirito di fanatica denigrazione che sembra essersi impadronito dell'animo degli italiani? Ci sarebbe materia per un quadro angoscioso. Gino sfugge a questa trappola.  È viva in lui la coscienza che l' esperienza ( o la vita) ne sa sempre una più di noi e che, alla fin fine, la storia è imprevedibile, è qualcosa di mosso, di conflittuale, di dinamico. Per questo la sua visione delle cose è lontana da profezie di catastrofi. Le sue risposte ai tanti dilemmi che insorgono appaiono aperte e problematiche, in sintonia con quanto egli scrive a introduzione di un libretto di pochi anni fa, “Sentieri interrotti”, che trovo di straordinario interesse: “avverto sempre più -scrive Biagio- la necessità di un pensiero non militante- per usare l'aggettivo fatale- non civilmente disimpegnato ma nemmeno spinto a sentirsi corresponsabile di un destino dell'umanità. Il pensiero – conclude Biagio- è anzitutto libertà di pensare.”  Libertà anche di divagare, come accade, a volte, nelle discussioni con Gino nella sua casa a Mergellina, di fronte al mare. Ricordo il pomeriggio in cui giungemmo al libro di Carlo Rovelli sul tempo: che cos'è il tempo? qual è il senso del suo scorrere, il senso della storia umana, di tutti gli uomini insieme e di ciascuno individualmente preso? Domande che conducono diritto diritto agli “Infiniti mondi”, agli autori che Gino continua ad amare e a studiare.

Caro Gino, non aver perso il contatto con i grandi testi senza accedere alle terribili mode del tempo è una delle tante ragioni del debito di amicizia e gratitudine che questa sera qui vogliamo testimoniarti.

Umberto Ranieri
Presidente Fondazione Mezzogiorno Europa